sabato 8 febbraio 2020

Risplendi


Siete il sale della terra, siete la luce del mondo. A un primo ascolto di Gesù nel vangelo di questa domenica, ci viene da domandarci: chi noi? Siamo noi questo sale, questa luce? Cosa intendi Signore? In che modo questa tua parola ha a che fare con la mia vita quotidiana, concreta, ordinaria? 
Pensando ai due elementi su cui Gesù ci fa fissare l’attenzione, il sale e la luce, ci viene in mente il fatto che sia l’uno che l’altro esistono non per se stessi ma per gli altri. Il sale esiste per salare ciò che altrimenti sarebbe insipido e poco gustoso, la luce esiste per permettere alle cose di emergere, di ritrovarsi, di potersi scoprire nella loro bellezza e unicità. Non serve il sale se non dà sapore ai cibi. Non serve la luce se non illumina e dà gioia a chi è intorno. Per salare occorre perdersi negli alimenti. Non c’è altro modo, non si può restare nel barattolo e dare sapore al cibo. O si esce dal barattolo e si entra nelle cose, oppure si resta chiusi, e a lungo andare, ci si inacidisce. La luce non serve se non avvolge ogni situazione con il suo calore, dando speranza. In entrambi i casi il messaggio di Gesù è chiaro. Non ha senso dirsi cristiani se non si vive il suo amore in una maniera molto semplice e concreta, amando. 
Non sono le grandi imprese che cambiano le cose, è l’amore che ci si mette dentro a farle grandi. Nessuno di noi è attratto da persone, gruppi, famiglie in cui ognuno pensa a sé e non si vive la condivisione, la gioia di pensare e di fare le cose insieme, la gioia di volersi bene. Verrebbe da dire: ma che senso ha vivere in questo modo? Forse quello che manca è la fiducia nella possibilità di farcela. Forse tante volte ci abbiamo provato. Abbiamo amato, e ne abbiamo ricevuto delusioni, forse altre volte abbiamo sperato, e le cose non sono cambiate. E così pian piano abbiamo cominciato a credere che fosse inutile uscire dal barattolo e provare a salare il mondo delle nostre relazioni. Gesù non è una persona che si arrende davanti alle nostre sfiducie, è ostinato nel credere in noi, nel potenziale che abbiamo e che lui desidera che venga fuori. Vuole che proviamo il gusto bello di condividere la vita con gli altri in uno spirito costruttivo. 
Gesù arriva a tanto perché sa che la luce è lui e che solo lui che ci dà luce può chiederci di rifletterla a nostra volta. Il sale e la luce sono un dono, noi siamo un dono gli uni per gli altri. Il realismo sta nel riconoscere che abbiamo limiti derivanti dalla nostra storia e che alcuni messaggi negativi che abbiamo ingoiato continueranno ad attraversare la testa e il cuore. E che quindi qualunque persona ci riattivi queste ferite, tendiamo a vederla come un ulteriore nemico della nostra felicità. Ma la via di uscita c’è, ed è l’umiltà di riconoscersi creature fatte così, e quindi di non combattere se stesse, ma di fare un’operazione necessaria con queste parti di sé distruttive: accoglierle, saperci stare dentro e lasciarle, scegliendo di seguire altre parti, più adatte al nostro stato di persone adulte e libere. Perché nella realtà nessuno ha il potere di renderci infelici. Facendo così ci sintonizziamo col Signore, che ci è vicino nell’intimo del nostro essere per risanarci con la sua tenerezza e così darci la forza di vivere. In questa domenica, con la sua voce calda e rassicurante, Gesù ci chiede, quasi supplicandoci: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Non chiudetevi ma apritevi alla vita. 
Ecco allora che affidarci a  Maria e rinnovare la nostra fiducia in lei diventa un ulteriore motivo di speranza. La luce di Maria giunge fino a noi, dopo 2000 anni il suo cuore materno continua a riscaldarci e a farci sentire figli amati. Chiediamo al Signore di poterla sempre più scoprire madre, di poterci riposare accanto a lei, trovando in lei ascolto e accoglienza incondizionata. Concediamoci un tempo per stare alla sua presenza, chiedendole quello che vogliamo, con semplicità. Faremo esperienza di cosa significa essere sale e luce. Perché come in un vera famiglia, quando c’è una madre che ama, c’è vita, gioia, si respira un pezzettino di cielo. E questo cielo si ha la gran voglia di condividerlo con gli altri.

9 febbraio 2020
Mt 5,13-16
V Domenica del Tempo Ordinario
In quel tempo 1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: "13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli".


domenica 26 gennaio 2020

Lascia le reti


Convertirsi, girarsi verso, ascoltare, contemplare il Signore che è vicino. Questa domenica il vangelo di Matteo ci porta a Cafarnao, la città di Pietro, e nello specifico sulle rive del lago di Galilea. È mattina, Pietro e i suoi compagni pescatori sono indaffarati col lavoro. C’è chi getta le reti in mare, chi le ripara cucendo le maglie. Una giornata ordinaria, fatta di lavoro, di fatica, ma non solo. Fatta anche di tante attese e desideri. Di sogni nascosti nel fondo del cuore, quegli spazi immensi che profumano di pace e che forse in qualche momento avevano sperimentato, mentre soli se ne stavano appoggiati alla barca, con lo sguardo verso l’orizzonte.

Quando Gesù passa i futuri apostoli sono piegati sulle loro cose. La realtà sembra avere un linguaggio più forte dei sogni. E tocca dunque curvarsi sulle reti, abbassare lo sguardo. Però Gesù passa. La sua voce squarcia la sordità dei cuori. Squarcia il potere delle disillusioni, il tentativo di non sentire dentro tanta sete di eternità. “Venite dietro a me, vieni dietro a me, seguimi. In questo momento non vedi che le reti rotte da riparare? Con me riparerai i cuori spezzati di tante persone, ti renderò capace di amare e di guarire. Ma prima dovrai farti riparare da me. Anche il tuo cuore è segnato da tante sofferenze, da piaghe non elaborate, o troppo grandi da poter affrontare. Con me sarà possibile ricominciare.”

I primi discepoli, Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, lasciano subito le reti e lo seguono. Un verbo importante il “lasciare”… cosa ho bisogno di lasciare per potermi far afferrare da Cristo? A volte legami che opprimono invece che liberare, a volte peccati che deprimono e tolgono energia vitale, a volte la sfiducia e il ridurre la vita a un livello solo orizzontale, in cui i problemi se sono grandi ci schiacciano perché non abbiamo che le nostre deboli forze. Gesù, dice Matteo, «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».

Non c’è anima e vita che Gesù non attraversi, lui percorre tutta intera la nostra persona, è in noi e con noi, e la sua azione è costante, il suo Spirito ci rassicura, ci annuncia la speranza, ci guida, ci instilla fiducia, ci corregge, ci ama. E così facendo guarisce da ogni tipo di malattia. Gesù è la luce che oggi splende nelle tenebre, qualunque esse siano. L’affidamento a Maria, come gesto di fiducia e di apertura, come scelta di appoggiarci a Dio, ci tiene aperti alla luce che è Gesù, favorisce il nostro volgerci a lui, convertirci e giraci verso di lui. Maria, dicevano i Padri della Chiesa, è stata la luna che ha vissuto della luce del sole, Cristo suo figlio. Affidandoci a lei, impariamo a riflettere la stessa luce, dono d’amore, l’unico capace di riscaldare il cuore, di darci il coraggio di vivere, lavorare, soffrire e morire per amore.

26 gennaio 2020
Mt 4,12-23
III Domenica del Tempo Ordinario

Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. 21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
23Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.


sabato 18 gennaio 2020

Riconoscere Dio


Mentre è intento a svolgere il compito che Dio gli aveva dato, quello di battezzare nel fiume Giordano, Giovanni vive un momento intenso. Alzando lo sguardo, si accorge che Gesù gli sta venendo incontro, quel Gesù che lui sta annunciando, di cui sta preparando l’arrivo. Proviamo a entrare nella scena: Gesù si era da poco fatto battezzare da Giovanni, e ora eccolo nuovamente mentre si dirige verso di lui. Il suo arrivo, forse imprevisto, crea un sussulto nel Battista e gli fa dire parole fondamentali, che riguardano la sua identità di Salvatore. “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo!, ecco l’uomo di cui sto parlando, l’uomo inviato da Dio, il profeta che ha il potere di liberarci, di guarirci, di risanare le nostre esistenze. Su di lui ho visto scendere lo Spirito Santo, per cui io testimonio che è proprio lui il Figlio di Dio”. Giovanni lo aveva riconosciuto pur non avendolo ancora visto. Dice infatti: “io non lo conoscevo”. Come aveva fatto dunque  a riconoscerlo? Attraverso un’ispirazione divina, come lui stesso confessa.
Riconoscere subito Gesù quando passa. Sembra la cosa più scontata per Giovanni, ma lo è perché tutta la sua esistenza è stata plasmata dall’ascolto della voce interiore di Dio, tutti i suoi giorni sono stati scanditi dalla ricerca della sua volontà. Giovanni ha fatto una scelta forte di vita, ha rivolto la sua attenzione alla voce dello Spirito e per non farsi agganciare da altri tipi di messaggi, si è ritirato nel deserto, ha scelto il silenzio per accedere al luogo più intimo della sua interiorità, e abituare il suo spirito a riconoscere le ispirazioni dello Spirito Santo. Sintonizzarsi con Dio non è facile se si è completamente identificati con le cose di questo mondo, se l’unico pensiero della giornata è rivolto alle cose da fare, senza cercare all’interno di esse la presenza di Dio, la sua vicinanza e senza quindi camminare con lui. San Massimiliano Kolbe diceva che non si ascolta lo Spirito nella confusione.
Il messaggio è per  noi: se sentiamo di non capire dove stiamo andando, che direzione stiamo seguendo nella vita, anche se abbiamo le migliori intenzioni, questo è segno che dobbiamo ritagliarci uno spazio di ascolto, di silenzio, in cui far tacere i messaggi contraddittori, e ascoltare il punto di vista di Dio, quello che lui pensa e vuole per noi, e lo possiamo fare leggendo e interiorizzando il vangelo del giorno, come stiamo facendo ora. Il vangelo del giorno è il pane spirituale con cui il Signore attraverso la Chiesa ci nutre spiritualmente. Seguendo la Parola di Dio e come ci risuona dentro giorno per giorno, cogliamo il senso del nostro itinerario. E ci diamo da fare per corrispondere a quanto intuiamo nella preghiera.  
Giovanni non parla di sé, non gli interessa acquistare popolarità, anche se molti lo seguono con ammirazione. Il suo unico scopo è quello di rimanere in relazione con Dio, e poiché Dio gli chiede di essere se stesso, ossia il profeta che prepara i cuori all’incontro con Gesù, lui semplicemente fa quello che è. Ed è contento così. Se uno è quel che deve essere, che altro può volere?  In tutta questa scena Gesù non dice una parola. Parla solo Giovanni. Con la sua voce ci testimonia che Gesù è Dio, Gesù non lo dice ancora di se stesso, lascia che lo dica un altro. Si serve di noi per preparare i cuori ad accogliere lui, e l’opera della sua grazia.
L’affidamento a Maria ci pone nell’ottica del Battista: ci fa essere persone consapevoli del fatto che Gesù passa, passa continuamente nella nostra vita e che possiamo riconoscerne il passo mantenendoci in attento ascolto. Occorre l’esercizio dell’udito interiore, quell’attenzione del cuore che ci fa cercare e attendere la sua rivelazione. Il Signore è vicino, c’è già in noi e nelle nostre cose, questo ci dice Maria, lei che per sempre ci invita a guardare a lui. C’è e possiamo riconoscerlo mantenendoci interiormente vigili. Quello che chiediamo a Maria è che ci aiuti a orientarci a ogni istante al Signore, in una vita che acquista senso perché nasce dal dialogo con lui e trova nel suo consiglio e aiuto l’unica guida sicura.

19 gennaio 2020
Gv 1,29-34
II Domenica del Tempo Ordinario

29 In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. 34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».


sabato 11 gennaio 2020

Battezzati nell'amore


Nell’Epifania Gesù si è rivelato, bambino, ai pagani, qui al fiume Giordano Gesù si rivela a Israele. C’è un progetto voluto e cercato, quello di scendere dalla Galilea alla Giudea, non in un punto qualunque, ma nel fiume Giordano, dove sta accadendo qualcosa di molto grande. File di peccatori, simbolo dell’umanità dolente e ferita, si accalcano per immergersi nelle acque del fiume e ricevere dalle mani di un profeta infuocato come Giovanni il battesimo di conversione. Sanno che facendo questo gesto di umiltà, possono accedere all’aiuto di Dio ed essere resi capaci di accogliere il Messia ormai vicino che a differenza del Battista, battezzerà in Spirito Santo.

Ecco allora il primo moto di meraviglia: ma che cosa ci fa Gesù lì? Ha forse bisogno di purificarsi? Il nostro stupore si associa a quello del Battista. «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Un ragionamento e un sentire che non fanno una piega. Ci rassicura un Dio che sta al suo posto. Ma Gesù ci spiazza: si mette al nostro posto. Ci salva dal di dentro. «Lascia fare per ora…», lascia che io venga battezzato, agevola questo mio desiderio, fatti strumento di questo evento incomprensibile che è il mio battesimo. Gesù scende nelle acque sporche dell’umanità, si fa solidale, vicino, pelle a pelle con tutti gli altri, con il capo basso in segno di umiltà e obbedienza al Padre. Come potrebbe salvarci in tutto e per tutto se non prendendo su di sé tutto? «Ciò che non è assunto», dicevano gli antichi padri, «non è nemmeno redento». Ed è in questo che Gesù ci conforta nelle nostre quotidiane lotte e sofferenze. Come potremmo vivere senza sentirci dentro questo sguardo di misericordia? Come potremmo stare in piedi e farci forza se non fossimo sostenuti dalla certezza che in ogni istante possiamo parlare con lui, confrontarci con lui, chiedergli consiglio, ascoltarlo  nell’intimo della coscienza così come nelle cose che ci accadono? Che speranza avremmo mai se dopo esserci pentiti non potessimo essere illuminati dal suo perdono, risanati dalla grazia?

Il Signore è caparbio nel voler stare con noi, perciò alla fine il Battista cede e “lo lasciò fare”. Gesù si immerge e appena battezzato, avviene l’inedito. Gesù vede scendere su di sé lo Spirito Santo e sente la voce del Padre che lo chiama “figlio amato in cui ha posto il suo compiacimento”. Il riferimento è a Isaia 42, a quel Servo del Signore nel quale Dio si compiace e che dovrà portare sulle sue spalle il peso dell’umanità, dovrà salvarla attraverso le sue piaghe, la sua offerta.

Gesù quindi inizia la sua vita pubblica sapendo che il percorso sarò tutto in salita umanamente parlando, non gli sarà evitata la vita con tutti i suoi annessi e connessi, come per noi, ma in tutto lui potrà sentirsi vincitore in virtù dell’amore trinitario nel quel è immerso e dal quale trae tutta la sicurezza. Non gli sarà evitata la tempesta, ma la saprà gestire camminando sulle acque, non gli sarà evitata la morte, ma la saprà attraversare e trasformare col suo amore sofferente. Gesù è dentro l’abbraccio trinitario e questo è il dono che ci partecipa. Affidarci a Maria significa entrare in questo abbraccio trinitario che ci fa sentire al sicuro qualunque situazione siamo chiamati ad affrontare. Questa sicurezza che è certezza incrollabile di essere in lui è la più grande forza dell’universo, questa sicurezza ci fa fare tutto e attraversare tutto come Massimiliano Kolbe, che conservò la pace e la serenità perfino ad Auschwitz.

12 gennaio 2020
Mt 3,13-17
Battesimo di N.S. Gesù Cristo

13In quel tempo Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. 14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento»



sabato 4 gennaio 2020

E luce sia


«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Giovanni col suo avvio del vangelo meglio conosciuto come Prologo, cerca di accostare attraverso un linguaggio poetico e simbolico il mistero di Dio, che ha scelto consapevolmente di venire a visitarci, di farsi uomo, di sentire, pensare, provare e sperimentare in sé la bellezza e la fatica di esistere nel limite. Non per curiosità ma per salvarci nel limite che ci portiamo addosso, per liberarci mentre remiamo nei mari in tempesta della vita, per darci pace e amore e farci sentire che siamo suoi, al sicuro, mentre attraversiamo l’esistenza quotidiana nelle piccole e grandi situazioni da affrontare e da scegliere. 
Gesù si è impastato con noi per dimostrarci che la pasta di cui siamo fatti è attraversata dalla sua presenza, dal suo Spirito e che quindi non siamo mai soli, anzi con l’energia che ci viene da lui, siamo capaci di uscire da noi stessi e fare passi verso il bene, verso gli altri, possiamo spingerci ad esplorare nuovi percorsi in cui metterci alla prova e dare al Signore l’opportunità di confermarci nella scelta. Non è stando fermi e seduti nelle nostre paure e nei nostri propositi che cambiamo la nostra vita, ma facendo piccoli e concreti passi da verificare con lui. Passi di fiducia, dunque, resi belli e caldi da un senso di fiducia in lui e nel suo amore che salva. «Signore, tu che mi accompagni  e mi ispiri, fammi capire se questa direzione è opportuna per me ora». Il Signore non tarderà a risponderci, non tramite whatsapp ma tramite la vita, mentre noi agiamo e proviamo. Da quando si è incarnato Gesù abita la nostra carne, la nostra vita, è la vita il luogo teologico in cui ci sintonizziamo con lui e impariamo a camminare sulla strada giusta. Se il nostro sguardo si fa attento, contemplativo, riesce a vedere i segni personali che lascia sul cammino. E non è questa vicinanza piena di senso la più grande gioia che possiamo gustare? Non è forse questo sapere e sentire che stiamo costruendo insieme a lui la nostra vita, la nostra famiglia, le nostre relazioni, il nostro futuro a dare spessore a tutto quello che facciamo?
Giovanni in questo vangelo ripete più volte la parola “luce”, e afferma che la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. È un presente (“splende”) eterno, come  a dire che le tenebre ci saranno sempre, dentro e fuori di noi, e questo è qualcosa con cui dobbiamo fare pace, ma la luce di Cristo splende proprio grazie alle tenebre, che loro malgrado sono costrette a riconoscerne la luminosità. Non c’è notte per la nostra anima e per la nostra vita che possa vincerci se siamo uniti al Signore. Non è poesia, è fede, fede in lui, nella sua opera di guarigione dei cuori e nella sua azione risanante delle esistenze. Questo è il senso anche dell’affidamento a Maria: perché ci affidiamo? Perché ci mettiamo sotto la protezione materna di Maria? Lei ci aiuta a vivere questa parola che Giovanni ci consegna oggi: «A chi accoglie il Signore, è dato il potere di diventare figli di Dio». Quale potere? Non quello dei soldi, dell’apparenza, della competizione, che sono solo segno di una inconsistenza interiore che si vuole colmare col prevalere sugli altri, ma il potere della grazia, l’energia spirituale che in quanto figli riceviamo da Dio, energia che è gioia, pace, senso di armonia interiore, di fiducia, pur nelle prove che non mancheranno mai. Energia che nasce dalla relazione d’amore con Dio. È il saperci amati e accolti da Gesù che cambia la nostra percezione delle cose. 
Giovanni ai piedi della Croce accolse Maria come madre, Gesù stesso è stato accolto da Maria e Maria ha accolto il progetto del figlio, abbracciandolo lei stessa. Saremo solo noi a restare fuori da questa dinamica d’amore? Affrettiamoci ad accogliere così come siamo, col desiderio e con le deboli forze che abbiamo, la luce di Gesù e della sua Parola viva. Non ci spaventi la nostra debolezza. Per accogliere la grazia occorrono solo la semplicità e l’umiltà del cuore. Il mettersi nelle sue mani, come bambini. E lui agirà.
5 gennaio 2020
Gv 1,1-18

II domenica dopo Natale


1 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era, in principio, presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue né da volere di carne
né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me
è avanti a me, perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.



sabato 21 dicembre 2019

Dio che scioglie i nodi

Protagonista di questa vangelo è Giuseppe, lo sposo di Maria, al quale viene fatto un annuncio, in una modalità differente da quello fatto a Maria. Sarà nel sogno che un angelo andrà da lui per rivelargli il progetto di Dio. Ma cos’è accaduto a Giuseppe di tanto decisivo per cui Dio interviene parlandogli in sogno? Giuseppe è venuto a conoscenza della maternità di Maria. Lo Spirito Santo l’ha resa incinta di un bambino che sarà il Figlio di Dio, destinato ad essere grande. Davanti a questa comunicazione di Maria, Giuseppe resta inchiodato. La realtà bruscamente viene a destabilizzarlo. La vita che pensava di vivere in un attimo crolla miseramente. Tutto l’immaginario attorno a cui si era costruito viene meno. Non sposerà più la donna che ama, non avrà più una famiglia, non sarà benedetto come ogni ebreo che, nella vita familiare ricca di amore e di figli, vedeva la realizzazione concreta della benedizione di Dio. Messo davanti a un intervento di Dio tanto grande, Giuseppe ha paura. Non se la sente di continuare in un legame in cui ormai sembra essere il terzo intruso. Maria e Dio stanno camminando su una strada straordinaria che sembra portarli lontani da ogni normalità. Perciò, sentendosi piccolo e impotente, da uomo retto qual era, decide di farsi da parte. E di rompere il legame con Maria nel segreto, in modo da evitarle i rischi delle conseguenze di un ripudio pubblico.

Mentre Giuseppe va dolorosamente considerando queste cose, ecco, Dio interviene. Fa irruzione nella sua vita mentre dorme, e sogna. L’angelo gli porta il messaggio del Signore: “Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. Impressionante la reazione di Giuseppe: appena si svegliò, fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa.
Un vangelo stupendo, nel quale cogliamo la dinamica fondamentale di Dio: essere l’unico Salvatore. Le nostre esistenze, anche le più lisce, sono improvvisamente segnate da eventi che piombano talvolta come veri e propri macigni sulla nostra testa. La prima reazione è di rifiuto, di fuga, è sentire sensazioni di forte tensione e sofferenza perché la realtà è la realtà e non riusciamo a cambiarla, pur facendo ogni possibile sforzo e pregando tutti i rosari possibili. Vorremmo che Dio ci salvasse dalle situazioni e che ci togliesse la fatica di starci dentro, di sentirci addosso quel peso opprimente. Ma Dio non agisce così. Non accetta la scelta di Giuseppe di fuggire dalla sua ora di prova. Non si arrende al suo no. Lo prende per mano, addirittura apparendogli in sogno, per fargli assumere tutta la responsabilità della situazione, per fargli fare l’esperienza che può attraversare le tenebre lasciandosi guidare verso la luce.

Solo il Signore può con la sua vicinanza farci entrare in contatto con le nostre ferite, che noi, da soli, al solo sfiorarle, tremiamo. Esiste una via nota a Dio solo che misteriosamente si accende e diventa percorribile all’interno degli eventi più faticosi. Se, anche tra le lacrime, ci affidiamo all’amore di Dio e all’amore materno di Maria, se facciamo quest’atto di abbandono, consapevole e tenace, e lo rinnoviamo ogni istante, comprendiamo che tutto quello di cui c’è bisogno è ascoltare la calda voce del Signore, prestare attenzione ai segni che dissemina nel nostro cammino, a come ci incontra nella nostra quotidianità, e come Giuseppe siamo resi capaci di cogliere l’orientamento che vuole dare alla nostra vita. In fondo quello che ci fa soffrire non è la vita con le sue prove, ma l’essere o meno soli nell’affrontarle. Abbiamo molto da imparare anche dal silenzio di Maria, che pervade questa pagina di vangelo. Nel suo silenzio c’è la prova più eloquente della sua sconfinata fiducia nell’agire di Dio. Maria avrà pensato che se Dio le aveva chiesto qualcosa di tanto impegnativo, avrebbe lui stesso provveduto. Se uno si appoggia completamente a Dio, cosa deve temere? Mancava il sì di Giuseppe, e anche questo venne.
22 dicembre 2019
Mt 1,18-24
IV domenica di Avvento
18Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele,
che significa Dio con noi24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

sabato 14 dicembre 2019

La salvezza secondo Dio


Nel vangelo di questa terza domenica di Avvento assistiamo a un dialogo importante tra il Battista e Gesù, dialogo fatto a distanza, perché Giovanni è prigioniero nella fortezza di Erode, dove troverà la morte di lì a poco. I suoi discepoli vanno da Gesù per riportagli la domanda del Battista: «Sei tu il Messia oppure dobbiamo aspettare un altro?». È un interrogativo che mostra il momento critico e drammatico che il Battista sta vivendo. Dopo avere annunciato per mari e monti l’arrivo del Messia, ora sembra afferrato da un dubbio sull’identità di Gesù. È lui oppure no?

Un dubbio che ci rende Giovanni amico e compagno di cammino. Dio non ha mai desiderato dei figli che non chiedono, non usano la loro testa per pensare, per cercare, per essere aiutati a capire e credere. Anzi, il Battista qui si sta rivolgendo a Gesù stesso, sta domandando direttamente a lui e non ad altri, la sua è la preghiera più bella, quella che sgorga dal cuore quando – posti davanti a grandi prove – sappiamo volgerci verso l’unica persona che ci può salvare. Come Maria a Cana, che non esitò e si rivolse a Gesù, affidando a lui la necessità del momento. Gesù infatti interrogato, risponde. Dio sempre ci risponde, non è sordo alle nostre suppliche, ciò che conta è essere disposti ad ascoltare quello che ci risponde, che tante volte non equivale a quello che immaginiamo. Ma che è il maggior bene per noi. Gesù risponde aprendo la Bibbia. Nella parola del profeta Isaia vede annunciata la sua persona. Colui del quale Isaia parlava, ora è qui e ha il suo volto. Scrive Matteo: «Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete:  i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”». Giovanni può capire che Gesù è davvero il Messia perché compie le opere che Isaia aveva annunciato in relazione al futuro Messia che sarebbe arrivato.

È questo il segno che Dio è in mezzo al suo popolo: chi non vede, torna a vedere, chi è malato guarisce, chi è morto rinasce, chi è povero di cuore può accogliere il vangelo, la parola che salva. Quella di cui parla Gesù qui è la grande liberazione del cuore che tocca chiunque sia disposto a scendere dall’alto delle sue convinzioni e voglia umilmente dialogare con Dio. Giovanni non sarà liberato, morirà prigioniero, come Maria non sarà la madre di un Messia vincente secondo il mondo. Gesù stesso non ha voluto scendere dalla croce pur potendo. Contempliamo in questa domenica la salvezza portata da Gesù. Non una salvezza dalla vita, che ci eviti le magagne e le grandi prove, i grandi dolori senza un perché, ma la salvezza dentro la vita, nelle pieghe dell’esistenza. Come potrebbe un morto risorgere se prima non muore? Come può un cieco vedere se prima non poteva? Come può un malato guarire, se prima non aveva il cuore spezzato? E se prima l’uomo vive tutte queste situazioni dolorose, questo significa che non gli è tolta la fatica della vita, però mentre sperimenta tutta questa complessità di situazioni, può trovare, se apre il cuore, la via della salvezza. Farsi salvare dal Signore, secondo quello che lui riterrà opportuno per il bene maggiore di tutti. Il cieco nato tornò a vedere, la figlia di Giairo fu risuscitata, Gesù invece morì in croce, e tante nostre situazioni si risolvono non secondo noi ma secondo Dio. Dove sta la salvezza? Nell’abbandono nelle mani del Padre, i cui pensieri non sono i nostri e le cui vie non corrispondono alle nostre. Chi avrebbe potuto solo immaginare lo splendore della risurrezione?

Affidarci a Maria significa imparare, da questa nostra sorella nel cammino, il valore dell’abbandono alle vie di Dio, alla sapienza della croce. Puntare l’attenzione su ciò che conta, su come Dio vede noi e la situazione che gli presentiamo. Tante volte Massimiliano Kolbe si chiese cosa fare, come affrontare ciò che gli capitava e sempre trovò in sé questa risposta: «Come, quando e se lo vuole l’Immacolata», nella certezza di fede che se Dio non libera secondo noi, tuttavia divinamente libera e lo fa secondo lui, dunque aprendo strade dove strade sembrano non esserci e fecondando le realtà più oscure con la tenerezza rivoluzionaria del suo amore. Si rallegrino perciò il deserto e la terra arida, come dice Isaia nella Prima lettura, non perché tutto va secondo il nostro modo di pensare, ma perché «Dio viene a salvarci» (cf. Is 35,1ss). E questo ci basta.

15 dicembre 2019
Mt 11,2-11

III domenica di Avvento


In quei giorni 2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via
.
11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.


La Via della felicità