Passa ai contenuti principali

Post

Alzati e sii sereno!

Post recenti

Calma nelle tempeste

  In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai discepoli: «Passiamo all'altra riva». La nostra esistenza è un divenire: noi possiamo conservarci nelle cose note e non voler cambiare, ma di per sé ci evolviamo se riusciamo a stare dentro al dinamismo della vita. Gesù stesso ci fa passare costantemente all’altra riva, ci invita a spostarci e a guardare le cose da un punto di vista differente, scoprendo anche altre possibilità per noi, per la nostra autenticità. Lo presero con sé, così com'era, nella barca. E com’è Gesù? Gesù è com’è lui, non come vorremmo che fosse. Il suo vangelo a volte ci procura fatica perché si tratta di far morire certe parti di noi abbastanza narcisistiche che non vorrebbero diventare miti e compassionevoli o che non vorrebbero cedere alla fiducia, preferendo l’incredulità e l’abitudine a piangersi addosso. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca...  Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Accade a questo

Dio è visibile al cuore

  Domenica della Santa Trinità, in cui siamo portati sul monte in Galilea, nel luogo in cui Gesù risorto si mostra di nuovo ai suoi amici, tant’è che apparendo a Gerusalemme aveva appunto chiesto che andassero in Galilea, là lo avrebbero rivisto. Perché tanta insistenza verso questo incontro? Cosa aveva e cos’ha di così importante Gesù da dirci e da darci? Gesù appare sul monte, puntuale. Quando lo vedono gli apostoli sentono la spinta a inginocchiarsi, mentre in cuor loro dubitano. Vedono, eppure dubitano. Com’è possibile vedere il Risorto e ancora dubitare? Possibile se consideriamo la nostra creaturalità. Abbiamo il potere di non contattare il nostro sentire profondo, di costruire pareti rigide intorno al cuore e così anche se gli occhi funzionano, il cuore che è l’organo che può sentire Dio, non può esprimersi. Noi diremmo: ok, allora non succede nulla di buono perché i discepoli hanno fallito. Ma Gesù fa un’altra cosa, oltrepassa il loro limite, e gli dice come se nulla fosse: “an

Va' e porta il mio amore

  Breve e intenso questo vangelo della domenica dell’ascensione di Gesù al cielo. Con parole chiare che non possiamo dire di non aver capito, Gesù ci chiede di non restare chiusi (andate in tutto il mondo) e di essere persone-dono (proclamate il vangelo) per tutti. Il nostro problema nasce quando teniamo per noi tutte le potenzialità positive che abbiamo ricevuto. La capacità di andare incontro agli altri per primi senza aspettare che siano loro a fare il primo passo, la capacità di dimenticarci per rendere felici gli altri, la capacità di valorizzare il bene che c’è dentro ognuno, la capacità di essere nei nostri ambienti di vita e di lavoro delle persone che fanno la differenza.  Mentre per la mentalità mondana fare la differenza significa prevalere sull’altro, sfoggiare superiorità e cercare ammirazione, mettendosi al centro, per Gesù fare la differenza significa portare dentro di sé una carica spirituale capace di trasformare le situazioni. Una crisi relazionale ad esempio non si s

Linfa che nutre l'anima

      Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto,  perché senza di me non potete far nulla. Questa parola con cui Gesù questa domenica ci viene incontro ha una particolare forza di consolazione, di rassicurazione. Gesù ci invita a percepire noi stessi, la nostra identità personale, come se fosse un tralcio di vite. Possiamo porci perciò fuori di noi e nell’immaginare una bella pianta di vite con i suoi tralci, pensare che quei tralci siamo noi. Perché questa immagine ci aiuta? Perché ci fa considerare molto chiaramente come la nostra esistenza dipende dal Signore, vite vera che ci nutre con la sua linfa. Non ci siamo dati l’esistenza da soli, non dobbiamo cercarci delle risposte ai nostri problemi, non dobbiamo temere il domani e ancor meno la vita eterna. Anzi, tutto possiamo tranquillamente vivere come chi riceve ogni bene da chi lo ha creato e lo ama. E non possiamo non pensare a un genitore, una mamma o un papà che danno la vita per i loro

Mi importa di te

  Io sono il buon pastore… o in modo più preciso il “bel” pastore (dal greco kalos, bello) e “do la mia vita per le mie pecore” (che tradotto in maniera più esatta significa “disporre la mia anima in favore di”). Così questa domenica Gesù parla al nostro cuore. Usa immagini semplici legate alla vita semplice del suo tempo per indicare una verità eterna, che non finisce: il suo amore per noi, forte e personale, la sua cura per la nostra vita, la sua guida costante. Gesù si paragona a un pastore che non è un mercenario, a cui non importa delle pecore.  Questo è il punto decisivo della vita: scoprire che al Signore importa di me, e gli importa a tal punto da aver dato la sua vita per consentirmi di vivere. In fondo questo è anche il dato decisivo di ogni esistenza: finché la persona non si sente addosso lo sguardo di amore di Dio, che gli dà fiducia, che gli dice “mi stai a cuore”, “sono orgoglioso di te”, finché non si fa questa esperienza davvero sconvolgente, non si comprende questo va

Sono proprio io

  Uno degli aspetti più belli del vangelo di questa domenica è il momento forte in cui i due discepoli di Emmaus, ormai tornati a Gerusalemme, raccontano agli apostoli il loro incontro con Gesù risorto mentre erano in cammino. Dove sta il punto decisivo? Nel fatto che mentre raccontano dell’incontro, Gesù in persona appare in mezzo a loro. Con la sua bellezza divina che affascina tanto che gli apostoli sono pieni di gioia e stupore e perdono quasi il contatto con la realtà. Ma Gesù non poteva trovare un altro momento per farsi presente? Doveva proprio essere l’attimo in cui i due stavano raccontando di lui? Interessante. Sembra che il Signore ci dica che ogni volta che viviamo il vangelo, che ci prendiamo cura degli altri, che facciamo il bene, lui stesso è con noi. Certo, lui è sempre con noi. Ma nel fare il bene noi lasciamo agire lui, collaboriamo con il suo sforzo di amore. Diamo un contributo attivo al miglioramento di questo mondo, rendendolo un poco più umano. Non è un caso infa