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Trasfigurati dall’amore


Gesù fu trasfigurato mentre era sul monte Tabor insieme con Pietro, Giacomo e Giovanni (cf. Mc 9,2-10). Eccoci giunti alla seconda domenica di Quaresima in cui il cammino penitenziale fa una sosta come il viandante stanco quando trova un’oasi nel deserto. I tre apostoli fanno l’esperienza del Cristo glorioso, ed è tanto difficile per Marco esprimere il fulgore e la bellezza del volto di Gesù che non trova altro modo se non quello un po’ goffo di paragonare le sue vesti a qualcosa di tanto candido e luminoso che nessun lavandaio riuscirebbe a riprodurre. Perché Gesù si mostra glorioso anticipando la risurrezione? Il monte, la nube sono segni che rimandano a una teofania, come quelle vissute a suo tempo sull’Oreb, il Sinai da Mosè ed Elia, lì presenti come testimoni della rivelazione. E sì, il senso di questa scena sta nella volontà di Dio di introdurre gradualmente i tre - e poi anche noi credenti – nella conoscenza del Figlio suo.

Sempre nella Bibbia Dio prepara le sue manifestazioni nel tempo, anticipandole attraverso segni e prodigi che aiutino a familiarizzare con esse. Inoltre c’è anche un gesto di amore e di pedagogia paterna. Dio accorcia le distanze e dona più da vicino se stesso anche per infondere fiducia e coraggio in vista della prova. Pietro con la sua proposta bizzarra di fare tre tende mostra di voler fermare il tempo, certamente spaventato dall’idea di quello che sarebbe successo a Gerusalemme. C’è la tentazione di rannicchiarsi nel nido delle consolazioni divine per non vedere il cammino tutto in salita che si dovrà compiere. Infatti al capitolo 8,31 Gesù aveva già preannunciato loro la sua morte  e risurrezione, anche se, come dicono nel brano odierno della trasfigurazione, nessuno di loro aveva ancora capito cosa volesse dire risorgere dai morti. Una cosa però era certa: il loro cuore tremava all’idea della sofferenza evocata da Gesù. Quanto ci ritroviamo in Pietro e negli apostoli! Come vorremmo bearci delle dolci memorie del nostro incontro con Gesù e così coltivare una forma di consolazione che ci dà sicurezza. Ma Gesù non è di questo avviso! Lui ha in mente di inviarci giù, dentro le complicazioni della vita, e lì vuole che stiamo, invitando tutti a trovare la vera luce nelle sue parole: “Ascoltatelo, è Lui mio Figlio, l’amato!”. Anche gli apostoli dunque fanno fatica a guardare in faccia la dura realtà.

Solo Maria non si volta dall’altra parte. Solo questa piccole forte e coraggiosa figlia di Sion, figlia del suo popolo, sa stare con tutta se stessa in quello che la storia le presenta senza cercare scappatoie né scusanti. Ci impressiona Maria per questa fede cristallina che sfida ogni paura, anche la più radicata, quella della sofferenza, del dolore più grande. Maria no, lei vi si adagia dentro, soffrendo fino a morire, ma abitando questo spazio tanto detestabile con la luce del suo cuore credente. Lei è la discepola trasfigurata dall’amore, dalla carità, da cui si è lasciata totalmente trasformare. Solo l’amore divino infatti può dare la forza di abitare la prova sperando nella luce. Noi che siamo affidati a lei, a questa madre forte e serena, vogliamo imparare da lei ad accettare tutto quello che la vita ci propone come un’occasione per ribadire il nostro sì alla vita, che non è un posto neutro, ma il luogo in cui Dio cammina con noi, è per noi, e ci infonde la fiducia e la forza necessarie per camminare sereni.

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