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Fatti di cielo e terra


Convertitevi e credete (cf. Mc 1,12-15). Solo quattro versetti per questo vangelo della I domenica di Quaresima, in cui la Parola ci fa entrare in una delle scene più intense narrate da Marco. La tentazione di Gesù nel deserto. Quaranta giorni che sono una vita in cui Gesù, avendo preso la nostra natura interamente, senza sconti, ha sperimentato la durezza di trovarsi avvolto dalle insidie del satàn, l’accusatore, colui che nella Bibbia è contro. Questa presenza maligna è ciò che rivela questo brano. C’è il male, fuori e dentro di noi, e questo male svolge una sua azione di disturbo, che può arrivare anche a mettere in pericolo l’esistenza stessa della persona. Lo sappiamo, perché lo vediamo, che non ci sono limiti al male.

Se è lo Spirito a sospingere Gesù nel deserto, questo significa che l’uomo spirituale è per definizione un uomo tentato. È un buon segno essere tentati, perché indica che abbiamo preso posizione nella vita, ci siamo schierati con Gesù, con il Signore, e quindi abbiamo dichiarato guerra alle forze maligne. Che non dobbiamo solo immaginare come dei pericoli di pensiero e di azioni che ci vengono da fuori. Nel cuore dell’uomo, afferma Marco al capitolo 7, si annidano tanti brutti demoni, che portano il nome di «impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza». Ognuno è abitato da tanti sé: c’è il vero sé, quello in cui risplende la luce di Dio, in cui abita lo Spirito e in cui si è liberi, e ci sono anche tanti altri sé, che sono la somma di tanti vissuti, di tante cose spesso dolorose che hanno lasciato un segno e che fanno sentire la loro voce, reclamando un loro spazio. Ecco allora che quando ad esempio fin da bambini ci si è sentiti poco apprezzati, può essersi formato un sé spaventato e diffidente che non riesce a fidarsi e che quando meno ce lo si aspetta spunta fuori con atteggiamenti di gelosia o di aggressività.

Il deserto allora è il luogo in cui, sperimentando la nostra nudità, siamo messi davanti a noi stessi. Lì scopriamo che siamo fatti di terra e di cielo e che il cielo può prevalere se come Gesù e con Gesù ci affidiamo totalmente al Padre. Le bestie feroci che sono le nostre ferite non riconciliate possono arrivare a sbranare noi stessi e gli altri, distruggendo la vita. Oppure possono essere addomesticate, e tenute a bada, e così diventare anche un punto di forza, che ci fa abbandonare fiduciosi nelle braccia di un Dio che ci vuole bene come siamo. Perciò ci riempie di consolazione questa parola di Gesù che esce vittorioso dalla tentazione: “Io sono con te, convertiti e credi al mio amore”.


In che modo l’affidamento a Maria ci fa vivere questa Parola lo capiamo bene: Maria, l’Immacolata a cui ci siamo donati, è rappresentata mentre col piede schiaccia la testa del serpente. Sempre lui, il satàn che ha avversato Gesù. Non dobbiamo schiacciare noi la testa al serpente, non potremmo farcela da soli, perché troppo deboli. Ma affidandoci totalmente a Maria, aggrappandoci a lei che ci ama ed è Madre, sappiamo che ci penserà meglio di noi, come ci ricorda anche san Massimiliano Kolbe. Proprio lui, dopo tante  e tante difficoltà arrivò a dire: “io adesso mi preoccupo sempre meno e mi rendo conto davvero che l’Immacolata si interessa molto di più. Diriga lei ogni cosa (SK 288)”. Con la Madre al nostro fianco, possiamo attraversare il deserto della vita, combattendo la buona battaglia della fede, senza spaventarci, anzi facendo di ogni nuova prova un’occasione più profonda di affidamento al suo Cuore.

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