sabato 1 settembre 2018

Cuore puro


Accetta il tuo cuore e rendilo puro ogni giorno. Forse possiamo riassumere il Vangelo di questa domenica in questa unica frase, all’apparenza semplice e però anche molto profonda da comprendere e da vivere. Nel giudizio dei farisei, che si scandalizzano perché i discepoli di Gesù non fanno le abluzioni e i riti di purificazione esterni, si nasconde il rifiuto di accettarsi così come si è, coi propri limiti strutturali accanto anche alle straordinarie ricchezze di cui ogni persona è dotata. Quando non si accoglie la propria zona d’ombra nasce l’illusione di cercare una perfezione che non esiste e che in fin dei conti è tutta esteriore. Come quando ci si fa belli dall’estetista e dai vari curatori d’immagine credendo ingenuamente che messa a posto l’esteriorità sia automaticamente messa a posto anche la vita. Ma non è così. L’esperienza anzi dimostra il contrario. 
È dal cuore dell’uomo che, dice Gesù, escono tutte queste brutte cose cioè “impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Inutile incolpare la società, gli altri, le vicende della vita… se fino a un certa età questi condizionamenti hanno pesato fortemente – ognuno è frutto della sua storia educativa! – tuttavia viene il giorno in cui il sole inizia a entrare nel buio del cuore e a mostrare nuovi passi e nuove strade da percorrere per far venire alla luce la vera identità. Se con umiltà ci si mette in cammino, attratti da quella luce calda e accogliente, si entra nel regno della verità, che è Gesù e la sua vita donata per noi. In lui comprendiamo il bisogno di purificazione, di attingere al suo cuore trafitto per ricevere il suo perdono e così rialzarsi e riprendere con passo spedito la via della santità. Chi può aiutarci a riconciliarci col nostro limite è Maria, la Madre a cui ogni giorno guardiamo e al cui cuore ci affidiamo. Lei che è stata pura può spiegarci e insegnarci la via di un cuore puro. Ma cos’è la purezza? Maria ci mostra che la purezza non consiste nel credersi giusti e nell’illudersi di poter sradicare da noi le inclinazioni cattive, ma consiste nel riconoscersi poveri e affidarsi totalmente a Dio, che ci dona la sua purezza. Consiste nel riconoscere le ombre che ci agitano e ogni giorno, con tanta pazienza, mentre gli occhi e il cuore si nutrono del Vangelo, orientarci a Gesù, alla sua vita crocifissa e gloriosa. 
La purezza che Gesù oggi chi indica è la purezza pasquale, che passa inevitabilmente per la croce. È crocifiggendo le nostre cattive inclinazioni, e orientando la loro energia verso quel bene che è Gesù che noi ci manteniamo puri. Maria è beata perché ha creduto alla Parola e non ad altro e anche noi saremo beati e puri se crederemo solo alla Parola Di Dio e non ad altro. Gesù oggi ci sprona: “Ascoltatemi! Non c’è nulla fuori dell’uomo che lo rende impuro. Dal di dentro del suo cuore escono le cose impure”.


2 settembre 2018
Mc 7,1-8.14-15.21-23

1 In quel tempo si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3- i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». 
6Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.

7Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». [ 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo».

sabato 25 agosto 2018

È dura la Parola o il cuore?


Qual è la radice del peccato? La radice di ogni nostra scontentezza? Del nostro perdere il senso della vita? Del non sentirsi amati? La radice è nel non ascolto della Parola di Dio. Nel Vangelo di questa domenica la crisi scoppia nel cuore dei discepoli davanti alla Parola di Gesù (“io sono il pane vivo”) e perciò dicono: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Ma è dura la parola o il loro cuore?
Entriamo in questo Vangelo con Maria, guardando al suo esempio, a quello che lei invece ha fatto, e cioè ascoltare la Parola di Dio, credere. La Parola di Dio cozza contro i nostri schemi, le nostre abitudini, il modo consueto con cui leggiamo le cose, le interpretiamo. È contro questa nostra corazza fatta di idee, convinzioni, anche pregiudizi che la Parola opera. Cerca un varco per farci capire che c’è un di più, un oltre, una vita che vera  e piena da accogliere.

Siamo a Cafarnao, Gesù ha fatto il suo lungo discorso sul Pane di vita, sull’Eucaristia e ha ricevuto il rifiuto dei capi che non hanno voluto accettare la sua proposta. Erano così convinti di sapere tutto, che hanno soffocato la luce che avevano nel cuore, e che li spingeva ad aprirsi alla novità. Ora Gesù invece parla ai suoi, i discepoli e tra loro anche gli apostoli. I discepoli qui fanno fatica. Ma perché tanta resistenza? La crisi è benedetta se serve a farci prendere coscienza che siamo ripiegati su noi stessi e quella vita che crediamo di vivere in realtà non è vita, perché la vera vita è una vita di qualità superiore che solo chi si lascia unire da Gesù al suo Spirito sperimenta.

Essere cristiani non è andare a Messa o fare preghiere e neppure essere persone che fanno bene le cose. Ma prima di tutto è essere persone che un giorno preciso e indimenticabile sono andate in crisi davanti alla Parola di Dio perché hanno capito che lì c’era qualcos’altro rispetto a una semplice parola, c’era Gesù stesso con la sua proposta meravigliosa ed esigente. C’è una morte attraverso cui passare per poi rinascere in Cristo. E pochi vogliono morire a se stessi, farsi spogliare del vecchio per rivestirsi del nuovo. Hanno paura, si difendono. La paura, le resistenze si oppongono a questa vita nuova nello Spirito Santo, una vita non autocentrata, ma centrata in Dio. Una vita chiamata a farsi dono. Allora ecco lo scandalo, cioè l’ostacolo contro cui si inciampa!
“Non vogliamo cambiare! Anche se ci proponi qualcosa di bello, di liberante, non vogliamo perdere le nostre sicurezze. Meglio una mediocrità conosciuta, a cui ci siamo abituati, che una grandezza incontrollabile e sempre nuova, che sfugge alla nostra mania di controllo”. È un paradosso, sembra incredibile, ma accade a ognuno, di preferire il noto, il mio modo di vivere e di pensare, perché così non si deve mettere in discussione nulla e non ci si deve convertire. Ma senza conversione, trasformazione del cuore e della mente, non c’è cristiano.

Ecco perché abbiamo bisogno di Maria, per non andarcene anche noi via da Gesù quando ancora bussa alla porta del nostro cuore con la sua Parola viva. Maria ci insegna che nella fede la Parola ci trasforma. Bisogna avere fede nella Parola di Dio, leggerla nel silenzio del cuore e lasciare che sia prima Dio a parlarci, a raccontarci come le vede lui le cose, prima ancora di mettere davanti le nostre visioni e idee. Maria ha ascoltato la Parola di Dio, il suo punto di vista, ha creduto più alla parola di Dio che alla parola sua di creatura. Anche lei aveva i suoi progetti, le sue idee! Ma quando dice “ecco la serva del signore avvenga per me secondo la tua parola”, sta dicendo a noi: “Quello che tu pensi Signore, è più vero di quello che penso io! E perciò mi affido a te, lascio che sia tua a guidare la mia esistenza”.

Allora se io penso male, se sono giù di corda, se ho perso la strada, il senso, l’amore, se non voglio amare, perdonare, Gesù mi viene incontro con un’altra parola, un’altra prospettiva. Mi dice che il suo amore è per me, che lui mi accompagna con tenerezza, mi invita a fidarmi e affidarmi e vuole che anche io sia capace di amare come lui. Questa consegna di noi stessi non avviene attraverso un ragionamento, non è ragionando che ci lasciamo afferrare da Cristo, l’uomo con tutte le sue capacità non arriva ad accogliere, solo aprendo il cuore allo Spirito, all’amore… e Maria ci ricorda che senza cuore, senza tenerezza, senza affidamento e senza umiltà non possiamo essere trasformati dalla Parola di Gesù. Pietro davanti alla provocazione di Gesù: “Volete andarvene anche voi?” risponde subito con il suo atto di fede. Riconosce con umiltà che senza Gesù la vita non ha senso, non ha gusto, non ha destinazione verso l’eternità. Senza Gesù la vita non è. Solo con Gesù sperimento che lui mi ama, mi accompagna e mi aspetta nell’eternità.


26 agosto 2018
Dal Vangelo secondo Giovanni (6,60-69)

In quel tempo 60molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 61Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? 63È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. 64Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». 66Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 67Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». 68Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

sabato 30 giugno 2018

Tocco che guarisce


Due guarigioni prodigiose ci vengono incontro in questa domenica. L’ambientazione è la suggestiva riva del mare di Galilea. Attorno a Gesù è nuovamente raccolta la folla. Ma un dettaglio attira l’attenzione: l’arrivo improvviso e impetuoso di Giàiro, uno dei capi della sinagoga. L’uomo, di cui avvertiamo tutta l’angoscia e il dolore, in un impeto di coraggio, si getta ai piedi di Gesù e lo supplica di salvare la sua figlioletta che è in punto di morte. Stringato come sempre Marco annota che Gesù “andò con lui”. 

Noi seguiamo la scena per vedere come andrà a finire ma ecco che si interpone un altro incontro. Una donna ammalata da dodici anni, avendo sentito parlare di Gesù, si era messa a seguirlo con l’intento di riuscire in un momento di fortuna a toccare l’orlo del suo mantello. La folla premeva da tutte le parti ed era una vera impresa già il solo accostarsi. Ma la donna riuscì nel suo scopo e da dietro gli sfiorò il mantello. All’istante guarì. Gesù si fermò e volle sapere dai discepoli chi l’avesse toccato. La donna allora si fece coraggio e uscì allo scoperto, rivelandosi. Emotivamente era molto scossa, ancora piena di paura e di condizionamenti per i lunghi anni trascorsi ai margini, e anche per il fatto di essere donna. Come aveva potuto permettersi una donna per giunta ammalata in quel modo di toccare un Maestro? La risposta del Signore è di una dolcezza stupefacente: “Figlia mia, vai in pace, la tua fiducia ti ha salvata”. Gesù è stato sorpreso dalla fede di questa donna, e ha dovuto riconoscere che un miracolo inatteso si è compiuto proprio per la fede di una persona.

Altre volte Gesù aveva guarito persone che gli avevano chiesto aiuto. Ora invece deve attestare che un miracolo è accaduto senza che lui neppure se ne accorgesse, fino al momento in cui aveva avvertito lo Spirito agire in lui e operare nella donna la guarigione sperata. A questo punto noi pendiamo dalle labbra di Gesù per continuare la storia, ma ecco che Marco riprende il racconto di prima relativo a Giàiro e ci fa provare lo smarrimento profondo di questo padre quando si sente dire che sua figlia è morta e che quindi non continui a disturbare Gesù con le sue richieste. Anche qui, come nel caso della donna, Gesù ci spiazza, invitando a non avere paura: “Non temere Giàiro, soltanto abbi fede”. Poi lo seguiamo mentre con questo padre affranto cammina verso la sua casa. Lì avviene il miracolo. Gesù prende la mano della bimba le dice: “Alzati!”. E la bambina si alzò e camminava.

Un Vangelo denso di eventi, colpi di scena ed emozioni altalenanti. In pochi secondi si passa dalla disperazione alla gioia, dalle lacrime al sorriso, dalla paura alla rinnovata fiducia nella vita. Tutto questo bene che passa avviene non per mezzo di formule e ragionamenti, ma attraverso la carne del Figlio di Dio, la sua santa carne, che tocca e prende per mano la nostra umanità ferita e vi versa sopra il balsamo dell’amore e della misericordia. Attraverso l’affidamento a Maria abbiamo anche noi accolto più in profondità il “tocco” di Dio e sperimentato questa intima guarigione e riconciliazione con noi stessi, la vita e Dio stesso. E Maria ci spinge a uscire e a portare a tutti il bene che abbiamo dentro e che sarà in grado – che ce ne accorgiamo o meno – di aiutare anche gli altri ad aprirsi alla fiducia. Giàiro, l’emorroissa, sono due fratelli che ci hanno preceduto e in fondo siamo anche un po’ noi quando ci affidiamo. Dio risana dalla radice. Abbiamo bisogno di questa guarigione per poter vivere, e questa ci è data in abbondanza se ci fidiamo. Maria lavora in noi e con noi per raddoppiare questa fiducia e farci felici.

1 luglio 2018
XIII domenica del tempo Ordinario
Mc 5,21-43


In quel tempo 21Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

sabato 23 giugno 2018

Fioriture promesse


«Elisabetta diede alla luce un figlio». Luca, nel Vangelo di questa domenica, incentrata sulla solennità della nascita di san Giovanni Battista, ci fa percepire l’aria di allegria collettiva di vicini e parenti. L’occasione è la nascita di Giovanni, il futuro Battista. Ma c’è un motivo in più alla base di questa gioia contagiosa: la misericordia di Dio che ha reso fecondo il grembo sterile di Elisabetta. Quella di far fiorire le terre più aride è azione divina per eccellenza. 

Lo sapevano bene gli ebrei, che da tante situazioni di morte erano stati tratti fuori grazie a un intervento del Signore. E lo sapevano anche perché i profeti che Dio gli aveva inviato nei momenti più critici, avevano in diverse occasioni invitato a far festa per la vita nascente dalla sterilità, come Isaia quando dice: «Esulta, o sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia» (Is 54,1). 

Perciò al bambino non può essere dato il nome di Zaccaria, che significa “Dio si è ricordato” delle sue promesse. Il piccolo neonato che Elisabetta tiene tra le braccia non è più una promessa, è un dato di realtà. La promessa ha carne e sangue, ha occhi, ha cuore, ha un’anima, piange, ride e ha bisogno di cibo e di cure. Giovanni vuole appunto dire: “Il Signore ha fatto grazia, ha manifestato la sua bontà, la sua benevolenza”. C’è una novità, un salto di qualità, un nuovo inizio, che si manifesta nel miracolo dello scioglimento della lingua. Il mutismo che aveva bloccato Zaccaria dopo l’incontro con l’angelo, adesso si trasforma in canto, davanti alle cose umanamente inspiegabili di cui è testimone. Luca ci dice che «gli si sciolse la lingua e parlava benedicendo Dio». 

È la stessa gioia profonda che provò Maria all’annuncio della sua maternità e poi nell’incontro con sua cugina sui monti di Giudea. Dire grazie per i passaggi di Dio è il primo passo per custodire la gioia e alimentarla. È un allenamento a mantenere uno sguardo positivo di fede mentre siamo incamminati sulle strade della vita e dell’incontro con gli altri. Nel sentirci figli di questa Madre, impariamo anche da lei a custodire le promesse di Dio e a fare leva su di esse per il nostro cammino presente. Per ognuno di noi la promessa di fondo è chiara: rimanere in Gesù e così avere la vita eterna. E accanto a questa ce ne sono altre, legate al nostro specifico cammino, all’interno delle relazioni che Dio ha suggerito più opportune per la nostra crescita e realizzazione. 

Sono promesse che emergono nella preghiera e nell’ascolto della Parola, e che la vita conferma. È questa forma di costante vicinanza che Dio ha per noi a costituire – mentre siamo ancora pellegrini – la fonte principale della gioia. Per l’uomo fragile, incerto e incapace di salvarsi da solo dai limiti e dalla morte, non esiste gioia più grande e entusiasmante di quella che viene dal sentirsi amati da Dio. A questa certezza di fede ci conduce l’affidamento a  Maria, perché è a Gesù che lei ci porta, con la sua mano materna. Farne esperienza è allora la realtà più desiderabile, e se la si desidera davvero, possibile.


Natività di san Giovanni il Battista
Lc 1,57-66.80


In quel tempo 57Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64All'istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.



sabato 2 giugno 2018

Il Pane che libera


«Prendete, questo è il mio corpo». In questa domenica siamo riportati nella cornice dell’Ultima Cena, al cuore della nostra fede, il momento cruciale in cui si svolge la prima celebrazione eucaristica della storia, con Gesù come sacerdote eterno. Sono poste le basi della liberazione universale dell’uomo da ogni forma di schiavitù. Gesù aveva chiesto agli apostoli di andare in città e seguire un uomo che sarebbe venuto loro incontro con una brocca d’acqua. Entrati nella sua casa, avrebbero dovuto chiedere al padrone dove fosse la stanza in cui il Maestro avrebbe potuto celebrare la Pasqua. Un dettaglio non secondario. Quell’umile servizio di attingere acqua alla piscina di Siloe, l’unica sorgente locale - cui si accedeva mediante una scala, ancora visibile - spettava alle donne. Il fatto che fosse un uomo, sembra essere un segno con cui Gesù inizia la sua rivoluzione, il suo rovesciamento di ruoli.

La logica nuova che è venuto a portare è quella dell’umiltà e dell’amore che rendono grandi, contro la logica del potere, del possesso e del piacere. Regnare è servire nell’ottica di Gesù, e infatti nei Vangeli afferma chiaramente – senza alcun dubbio – che chi vuole realizzarsi e sentirsi grande è chiamato a servire, a spezzarsi per il bene degli altri, a lavorare dal basso, mettendo amore in quello che fa, fede e speranza. Il Pane che Gesù offre e che invita a “prendere” è la sua vita divina che chiede il nostro sì per operare in tutta la sua forza. Non dobbiamo cosificare l’eucaristia, farne qualcosa che mangiamo e poi cerchiamo di capire, siamo chiamati invece a lasciarci afferrare dal mistero di questa dinamica nuova d’amore che vuole agire dal di dentro, dalla radice del nostro essere per trasformarci gradualmente – ma costantemente – fino alla statura di Cristo. Papa Francesco ci ha ricordato che «quando celebriamo l’Eucaristia è Gesù vivo, che ci raduna, ci fa comunità, ci fa adorare il Padre» e che «nutrirci di quel “Pane di vita” significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti, significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto».

Il nostro affidamento a Maria rientra in questa dinamica di trasformazione profonda: la sua azione materna consiste nell’accompagnarci – con forza e dolcezza – in un cammino aperto, che ci fa crescere, migliorare, un cammino che ci umanizza. E ciò che Maria desidera per noi è che questa umanità nuova che viviamo diventi lievito per gli altri: ogni nostro progresso umano e spirituale non è solo per noi, ma è un bene per chi ci è accanto. Massimiliano Kolbe ha capito molto bene questo desiderio della Madre, ha capito che nella vita di fede c’è un momento decisivo in cui scegliere se continuare a fare un passo avanti e uno indietro oppure lanciarsi con fiducia totale nelle braccia e nel cuore di Dio. Padre Kolbe – che pure ha avuto i suoi momenti faticosi – non è rimasto a terra ma rinunciando a ripiegarsi in una compiaciuto rassegnazione ha avuto il gran coraggio di giocare tutto, ma proprio tutto, confidando nella forza dell’Amore. Ci affidiamo a Maria per imparare ad amare e l’amore vero è nato dal gesto essenziale e rivoluzionario con cui Gesù ha spezzato se stesso, per darci vita e vita in abbondanza.




Dal Vangelo secondo Marco (14,12-16.22-26)
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: "Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?". Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo.  Là dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?".  Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi". I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: "Prendete, questo è il mio corpo". Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.  E disse loro: "Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti.  In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio". Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.


sabato 26 maggio 2018

Andate e amate


Andate, battezzate, amate, Io sono con voi. Ritorniamo sui primi passi dei discepoli, in Galilea, il luogo in cui tutto era iniziato, in cui Dio in Gesù aveva gettato le basi di una vera e propria rivoluzione, ricreando l’uomo secondo Cristo, secondo il suo Figlio mandato in mezzo a noi. Sì perché per gli undici, gruppo ferito e scosso dopo i fatti della Passione, si tratta di rimettere mano a tutta la storia d’amore con Gesù svoltasi nei tre anni in cui avevano viaggiato in lungo e in largo per la terra di Palestina. Agli inizi avevano sentito la passione e l’entusiasmo di poter vivere una vita grande e di successo, dunque erano ancora illusi circa se stessi e il senso della vita. Ma camminando accanto a Gesù e imparando dalla sua vita donata un’altra logica – quella del dono e dell’amore – avevano pian piano dovuto abbandonare i propri schemi mentali e lasciarsi in qualche modo rifare, ricreare, anche ribaltare in tanti casi. Come quando Pietro, davanti all’eventualità della croce, aveva cercato di fermare Gesù. O come quando i dodici avevano fatto sogni di potenza ed erano stati invece invitati dal Maestro a farsi piccoli, servitori dei fratelli. 

Gesù li riporta in Galilea per aiutarli a riprendere in mano tutto il cammino e a collocarsi bene dentro il progetto di salvezza che Lui aveva in mente. Senza illusioni, e nella spiazzante semplicità e umiltà del Vangelo. È solo dopo avere fatto proprio il messaggio di Gesù, dopo averlo accolto davvero che i discepoli ricevono il mandato, il compito. Come a dire: siamo in grado di liberare gli altri se prima noi siamo stati liberati. Non possiamo offrire nuovi valori agli altri se prima non abbiamo noi modificato nel cuore la nostra scala di valori. Si tratta di quella trasformazione che ci fa uomini nuovi, come afferma san Paolo. E a questo punto che possiamo andare, possiamo farci prossimi, tendere la mano, prenderci cura, come Maria, delle ferite e delle solitudini dei fratelli, per immergerli nell’amore trinitario. La Solennità di questa domenica, la santissima Trinità, altro non è se non l’invito di Dio a salire sul monte che è il monte biblico cioè il luogo in cui cambiamo e ci lasciamo coinvolgere dall’amore divino per poi comunicarlo agli altri. L’unico potere che abbiamo e che Gesù ci partecipa è il potere di dare vita attraverso il nostro amore, di offrire cammini di guarigione attraverso la nostra cura. 

L’affidamento a Maria ci fa entrare in questa relazione d’amore, ci rende coscienti del dono che Dio ci fa e ci dà la forza, il coraggio, la spinta interiore a uscire da noi stessi per accogliere il punto di vista di Dio, e a sentire col suo cuore, pensare con la sua testa. Maria ci rende figli, perché come ha ben ricordato Papa Francesco, «il Signore ci raccomanda di accogliere la MADRE. Amarla non è poesia, è SAPER VIVERE. Perché senza la Madre non possiamo ESSERE FIGLI. E noi, prima di tutto, siamo figli amati, che hanno Dio per Padre e la Madonna per Madre».

Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20)
16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

sabato 19 maggio 2018

Guidati dallo Spirito


«Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità». Dopo la grande Pasqua di 50 giorni, ecco la gioia della Pentecoste (cf Gv 15,26ss). Il Vangelo ci immette nel discorso di Gesù durante  l’ultima Cena, quando ci fa la promessa del dono di Dio, cioè l’invio dello Spirito Santo. Che non è una colomba, né qualcosa di vago, ma la sua vita divina che entra in noi attraverso il dinamismo dell’amore che risana, guarisce e rafforza per testimoniarlo nella vita. È il mistero, grande  e realissimo, della terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo Amore. Gesù lo chiama anche il Paràclito, termine per noi abbastanza misterioso, che però, traducendolo dal greco, significa “colui che è chiamato accanto”, che viene in aiuto, il soccorritore, potremmo dire. Lo Spirito si fa vicino, ci riscalda il cuore, ci fa sentire amati, figli suoi, e così ci apre all’ascolto della Parola, soccorrendoci, cioè staccandoci dalle altre voci contrarie che vorrebbero distoglierci dal bene. Ci ricorda tutto quello che Gesù ci ha detto e ci conduce alla verità tutta intera. Questa verità non è una dottrina da imparare, non si stratta di contenuti di ragione da capire, è invece il suo amore e dunque noi come figli siamo inseriti in un dinamismo di donazione che ci porta fuori di noi, ci sposta da noi stessi per accogliere la nostra vera identità, che il Padre Celeste ci rivela. 

È più semplice di quel che sembra: quando pensiamo di sapere come stanno le cose, la Parola ci rimanda ad altre visioni, ci apre, ci conduce fuori, verso altre prospettive, che sono quelle vere, di Dio. Quando ci sentiamo in un certo modo, non fidiamoci di noi, fidiamoci piuttosto dello Spirito Santo che ci trasferisce nella vita di Dio e nel suo modo di sentire, di pensare, di vivere. Nelle icone della Pentecoste spesso c’è Maria al centro del gruppo dei discepoli che aspetta il dono dello Spirito e lo riceve abbondantemente. Colpisce il gesto delle sue mani: sono mani aperte, e che mostrano i palmi distesi all’osservatore. È il gesto della piena docilità a Dio (era il gesto del servo, dello schiavo) con cui Maria si è lasciata condurre dallo Spirito Creatore diventando lei stessa creativa, di quella creatività che solo l’amore di Dio può attivare nella nostra umanità spenta e fallibile. 

Il nostro affidamento a Maria rientra in questo dinamismo di vita spirituale: non è una pia devozione, non è una semplice buona intenzione, è accogliere con Maria la proposta concreta di cambiare il cuore e la mente, per aderire a una verità che noi non possediamo e che invece riceviamo dall’alto man mano che ci affidiamo, man mano che camminiamo nell’abbandono e nella pace. Maria ci introduce nella vita dello Spirito, lei che si è fatta perfettamente condurre da lui e ha ispirato al nostro patrono san Massimiliano Kolbe la spiritualità dell’abbandono totale nelle sue mani immacolate. Sentiamo rivolte  a noi queste parole oggi, mentre attendiamo il dono pieno dello Spirito Santo che ha qualcosa di nuovo e di più profondo da operare in noi e nella nostra storia: Abbandònati ogni giorno maggiormente nelle mani di Gesù e dell’Immacolata. Non affliggerti per le contrarietà e le difficoltà, ma lascia ogni cosa all’Immacolata. Lei può tutto: farà ciò che vorrà (SK 975, a. 1925).

Gv  15,26-27; 16,12-15


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.»

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