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Amore che trasforma

"Pace a voi". Con queste parole Gesù inaugura il tempo nuovo dello Spirito. Il Risorto ormai non sarà più visibile agli occhi della carne e però sarà più operante che mai per mezzo dello Spirito. Questo anticipo di effusione spirituale che gradualmente prepara alla grande esperienza della Pentecoste, è segnato dalla gloria e dalla sofferenza. La prima azione che il Signore fa dopo avere donato la pace è infatti quella di mostrare le mani forate e il fianco ferito. Per sgombrare il campo da ogni interpretazione sbagliata della sua risurrezione. C'è nell'uomo la tendenza ad accantonare il più possibile ciò che disturba perché ha qualche legame col dolore, e Gesù va ad agire proprio lì. Non vuole che gli apostoli credano che la sua risurrezione è un modo per cancellare l'esperienza del dolore e della morte. Il dolore vissuto con amore e con la forza che viene dal suo amore è proprio la condizione indispensabile per risorgere e per far "risorgere" le tante situazioni di dolore e difficoltà che segnano il nostro quotidiano. Se il chicco di grano non si disfa nel terreno, non rinasce pianticella e non porta frutto.
Tutto quello che ci circonda, tutto l'universo, la terra, ogni atomo e ancor più l'uomo, porta il sigillo della misteriosa unione tra dolore e gioia, morte e vita, sacrificio e dilatazione del cuore. In natura tutto deve morire per poter fiorire. Anche in noi, nel nostro intimo, quante morti ci hanno attraversato perché potesse nascere un atteggiamento nuovo,  migliore, più sano, più libero, più vicino al cuore di Dio.

Anche Maria ha bevuto il calice amaro delle tante morti che la vita le ha offerto. Di esperienza in esperienza il suo cuore si è fatto sempre più capace di amare, fino alla ferita finale sotto la croce. Dicendo il suo sì e offrendosi con Gesù a quanto stava accadendo, Maria ci mostra quanto i suoi sentimenti fossero armonizzati con quelli di Gesù e del Padre. La via del dolore è stata quella scelta da Dio per salvarci. Se fossimo stati salvi, non ci sarebbe stato bisogno di alcun dolore. Ma poiché noi eravamo perduti, a causa del potere, del piacere e del possesso, l'unica maniera per neutralizzare questa triplice morsa era l'umiltà, la purezza e l'Amore vero. Atteggiamenti questi che richiedono il sacrificio del naturale egoismo e del naturale essere autocentrati e narcisisti e dunque causano una certa dose di dolore e di frustrazione.

Di recente Benedetto XVI - più vitale che mai - ha detto in modo molto appropriato che il peccato è qualcosa di gravissimo e che non può passare come se nulla fosse. Bisogna che qualcuno lo assuma e lo neutralizzi trasformandolo ed è quello che ha fatto Gesù soffrendo per ognuno di noi. Noi che ci siamo affidati a Maria e viviamo con la coscienza di quanto male ci causiamo quando vogliamo schivare il dolore e le situazioni faticose, abbiamo il compito di illuminare gli altri sull'importanza di saper vivere con fede il tempo della prova.
Dio nel Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua - anche della Divina Misericordia - ci viene incontro per spiegarci il segreto della felicità, dunque qualcosa di immenso, e alla nostra portata. Per essere beati, ci dice, il modo più facile e diritto è accogliere con amore e intelligenza il dolore e tutto quanto ci fa soffrire. Quelle ferite da cui scappiamo, pur portandocele dentro, continueranno a gridare e cercare un ascolto. Finché non arriveremo all'umiltà di Gesù che mostra apertamente le sue piaghe risorte, perché le contempliamo e le comprendiamo, non saremo mai felici.

Vogliamo chiedere a Maria la grazia di unirci come lei alla sofferenza di Gesù e così sperimentare che proprio la resa amorosa davanti al dolore ci cambia dentro e ci fa accogliere sempre più autenticamente noi stessi, la nostra fragile carne,  il nostro instabile cuore, la nostra umanità. E che proprio l'atto di fede nelle forza trasformante dell'Amore (che è Dio) mette ordine nei nostri quotidiani caos e armonizza ciò che umanamente porterebbe solo alla divisione e a costruire muri. 

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